Francesco Guicciardini - Opera Omnia >>  Ricordi - serie B




 

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Scritti innanzi al 1525 in altri quaderni che in questo, ma ridotti qui nel principio dell'anno 1528, nel grandissimo ozio che avevo, insieme con la parte di quelli che sono indietro in questo quaderno.


Se bene lo ozio solo non fa ghiribizzi,
pure male si fanno e ghiribizzi sanza ozio.


I

Quelli cittadini che appetiscono onore e gloria nella cittá sono laudabili e utili, pure che non la cerchino per via di sette e di usurpazione, ma con lo ingegnarsi di essere tenuti buoni e prudenti, e fare buone opere per la patria; e Dio volessi che la republica nostra fussi prima di questa ambizione. Ma perniziosi sono quelli che appetiscono per fine suo la grandezza, perché chi la piglia per idolo non ha freno alcuno, né di giustizia, né di onestá, e farebbe uno piano da ogni cosa per condurvisi.


II

Chi non è in veritá buono cittadino non può lungamente essere tenuto per buono; però ancora che non desiderano piú presto parere buoni che essere, bisogna che si sforzino di essere; altrimenti alla fine non possono parere.


III

Gli uomini sono naturalmente inclinati al bene; in modo che a tutti, quando non cavano piacere o utilitá dal male, piace piú el bene che el male; ma perché la natura loro è fragile, e le occasione che gli invitano al male sono infinite, si partono facilmente per interesse proprio dalla inclinazione naturale. Però non per violentargli, ma per ritenergli in sul naturale suo, fu trovato da' savi legislatori lo sprone e la briglia, cioè el premio e la pena; e quali quando non si usano in una republica, rarissimi cittadini di quella si truovano buoni; e noi ne veggiamo in Firenze tutto dí la esperienzia.


IV

Se di alcuno si intende o legge che sanza alcuno suo commodo o interesse ami piú el male che el bene, si debbe chiamare bestia e non uomo; poi che manca di quello appetito che naturalmente è commune a tutti gli uomini.


V

Grandi difetti e disordini sono in uno vivere populare, e nondimeno nella nostra cittá e savi e buoni cittadini lo appruovono per meno male.


VI

Dunche si può conchiudere che in Firenze chi è savio è anche buono cittadino, perché se non fussi buono cittadino non sarebbe savio.


VII

Quella generositá che piace a' populi si truova rarissime volte negli uomini veramente savii; però non è cosí laudabile chi pare che abbia del generoso, come chi ha del maturo.


VIII

Amano e popoli nelle repubbliche uno cittadino che faccia giustizia; a' savi portano piú reverenzia che amore.


IX

O Dio! quante sono piú le ragione che mostrano che la repubblica nostra abbia in breve a venire meno, che quelle che persuadono che la si abbi a conservare molto tempo!


X

Assai si vale chi ha buono giudicio di chi ha buono ingegno; molto piú che pel contrario.


XI

Non repugna alla equalitá del vivere populare che uno cittadino abbia piú riputazione che l'altro, pure che la proceda da amore o reverenzia universale, e sia in facultá del popolo levargliene a sua posta; anzi, sanza simili puntelli male si sostengono le repubbliche; e buono per la cittá nostra se gli sciocchi da Firenze intendessino bene questa parte!


XII

Chi ha a comandare a altri non debbe avere troppa discrezione o rispetto nel comandare; non dico che debba essere sanza essa, ma la molta è nociva.


XIII

È molto utile el governare le cose sue segretamente, ma piú utile in chi si ingegna quanto può di non parere con gli amici; perché molti, come poco stimati, si sdegnono quando veggono che uno recusa di conferirgli le cose sue.


XIV

Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte; ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna; uno vivere di repubblica bene ordinato nella cittá nostra, Italia liberata da tutti e Barbari, e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti.


XV

Chi non è bene sicuro o per convenzione o per sentirsi sí potente che non abbia in caso alcuno da temere, fa pazzia nelle guerre di altri a starsi neutrale, perché non satisfá al vinto e rimane preda del vincitore; e chi non crede alla ragione, guardi allo esemplo della cittá nostra, e a quello che gli intervenne dello stare neutrale nella guerra che papa Iulio e el re cattolico d'Aragona ebbono con Luigi re di Francia.


XVI

Se pure vuoi stare neutrale, capitola almanco la neutralitá con quella parte che la desidera, perché è uno modo di aderirsi; e se questa vincerá, ará pure forse qualche freno o vergogna a offenderti.


XVII

Molto maggiore piacere si truova nel tenersi le voglie oneste che nel cavarsele, perché questo è breve, e del corpo; quello, raffreddo che sia un poco lo appetito, è durabile, e dell'animo e conscienzia.


XVIII

È da desiderare piú l'onore e la riputazione che le ricchezze; ma perché oggidí sanza quelle male si ha e conserva la riputazione, debbono gli uomini virtuosi cercare non d'averne immoderatamente, ma tante che basti allo effetto di avere o conservare la riputazione e autoritá.


XIX

El popolo di Firenze è communemente povero, e per la qualitá del vivere nostro ognuno desidera assai le ricchezze; però è male capace di sostenere la libertá della cittá, perché questo appetito gli fa seguitare l'utile suo privato sanza rispetto o considerazione alcuna della gloria e onore publico.


XX

La calcina con che si murano gli Stati de' tiranni è el sangue de' cittadini; però doverebbe sforzarsi ognuno che nella cittá sua non s'avessino a murare tali palazzi.


XXI

E cittadini che vivono nelle repubbliche, quando la cittá ha uno stato tollerabile benché con qualche difetto, non cerchino mutarlo per averne uno migliore, perché quasi sempre si peggiora; non essendo in potestá di chi lo muta fare che el governo nuovo sia apunto secondo el disegno e pensiero suo.


XXII

La piú parte de' mali che fanno e grandi nelle cittá nasce da sospetto; però quando uno è fatto grande, la cittá non ha da avere obligo a chi gli tenta contro cose nuove sanza buone occasione, perché si accresce el sospetto, e da quello e mali della tirannide.


XXIII

La malignitá ne' poveri può facilmente procedere per accidente, ne' ricchi è piú spesso per natura; però ordinariamente è da biasimare piú in uno ricco che in uno povero.


XXIV

Chi o principe o privato vuole persuadere a uno altro el falso per mezzo di uno suo imbasciatore, o di altri, debbe prima ingannare lo imbasciatore; perché opera e parla con piú efficacia, credendo che cosí sia la mente del suo principe, che non farebbe, se sapessi essere simulazione.


XXV

Dal fare o non fare una cosa che pare minima dipendono spesso momenti di cose importantissime; però si debbe etiam nelle cose piccole essere avvertito e considerato.


XXVI

Facile cosa è guastarsi uno bello essere, difficile è acquistarlo; perché chi si truova in buono grado debbe fare ogni sforzo per non se lo lasciare uscire di mano.


XXVII

È pazzia sdegnarsi con quelle persone, con le quali per la grandezza loro tu non puoi sperare di poterti vendicare; però se bene ti senti ingiuriato da questi, bisogna patire e simulare.


XXVIII

Nella guerra nascono da un'ora a un'altra infinite varietá; però non si debbe pigliare troppo animo delle nuove prospere, né viltá delle avverse; perché spesso nasce qualche mutazione; e questo anche insegni a chi se gli presentano le occasione nella guerra, che non le perda, perché le durano poco.


XXIX

Come el fine de' mercatanti el piú delle volte è el fallire, quello de' naviganti annegare, cosí spesso di chi lungamente governa terre di Chiesa el fine è capitare male.


XXX

Mi disse giá el marchese di Pescara, che le cose che sono universalmente desiderate, rare volte riescono; se è vero, la ragione è che pochi sono quelli che communemente danno el moto alle cose, e e fini de' pochi sono quasi sempre contrari a' fini e appetiti di molti.


XXXI

Non combattete mai con la religione, né con le cose che pare che dependono da Dio; perché questo obietto ha troppa forza nella mente degli sciocchi.


XXXII

Fu detto veramente che la troppa religione guasta el mondo, perché effemmina gli animi, aviluppa gli uomini in mille errori, e divertisceli da molte imprese generose e virile; né voglio per questo derogare alla fede cristiana e al culto divino, anzi confermarlo e augumentarlo, discernendo el troppo da quello che basta, e eccitando gli ingegni a bene considerare quello di che si debbe tenere conto, e quello che sicuramente si può sprezzare.


XXXIII

Tutte le sicurtá che si possono avere dallo inimico sono buone, di fede, di amici, di promesse, e di altre assicurazione; ma per la mala condizione degli uomini e variazione de' tempi, nessuna ne è migliore e piú ferma che lo acconciare le cose in modo che el fondamento della sicurtá tua consista piú in sul non potere lo inimico tuo offenderti che in sul non volere.


XXXIV

Non puoi secondo el vivere del mondo avere maggiore felicitá che vederti lo inimico tuo prostrato innanzi in terra, e a tua discrezione; e però per avere questo effetto non si debbe pretermettere niente. La felicitá grande consiste in questo: ma maggiore ancora è la gloria in usare tanta fortuna laudabilmente, cioè essere clemente e perdonare; cosa propria degli animi generosi e eccelsi.


XXXV

Questi Ricordi sono regole che si possono scrivere in su libri; ma e casi particulari, che per avere diversa ragione s'hanno a governare altrimenti, si possono male scrivere altrove che nel libro della discrezione.


XXXVI

È molto laudato apresso agli antichi el proverbio: Magistratus virum ostendit; perché non solo fa cognoscere per el peso che s'ha, se l'uomo è d'assai o da poco, ma ancora perché per la potestá e licenzia si scuoprono le affezione dello animo, cioè di che natura l'uomo sia; atteso che quanto l'uomo è piú grande, tanto manco freno e rispetto ha a lasciarsi guidare da quello che gli è naturale.


XXXVII

Ingegnatevi di non venire in malo concetto apresso a chi è superiore nella patria vostra, né vi fidate che el modo o traino del vostro vivere sia tale che non pensiate avergli a capitare alle mani; perché nascono infiniti e non pensati casi, che è forza avere bisogno di lui. Ed e converso, el superiore se ha voglia di punirti o vendicarsi di te, non lo faccia precipitatamente, ma aspetti el tempo e la occasione; perché sanza dubio a lungo andare gli verrá di sorte, che sanza scoprirsi maligno o passionato, potrá o in tutto o in parte satisfare al suo desiderio.


XXXVIII

Chi ha governo di cittá o di popoli, se gli vuole tenere corretti, bisogna che sia severo in punire tutti e delitti, ma può usare misericordia nella qualitá delle pene; perché da' casi atroci e quelli che hanno bisogno di esemplo in fuora, assai è ordinariamente se gli altri delitti sono puniti a quindici soldi per lira.


XXXIX

Se e servidori fussino discreti o grati, sarebbe onesto e debito che el padrone gli beneficassi quanto potessi; ma perché sono el piú delle volte di altra natura, e quando sono pieni o ti lasciano o ti straccano, però è piú utile andare con loro con la mano stretta; e trattenendoli con speranza, dare loro di effetti tanto che basti a fare che non si disperino.


XL

El Ricordo di sopra bisogna usarlo in modo, che lo acquistare nome di non essere benefattore non faccia che gli uomini ti fugghino, e a questo si provvede facilmente col beneficarne qualcuno fuora della regola; perché naturalmente la speranza ha tanta signoria negli uomini, che piú ti giova e piú esemplo ti fa apresso agli altri uno che tu n'abbia beneficato, che cento che non abbino avuto da te remunerazione.


XLI

Piú tengono a memoria gli uomini le ingiurie che e beneficii; anzi, quando pure si ricordano del beneficio, lo reputano minore che in fatto non fu, persuadendosi meritare piú che non meritano: el contrario si fa della ingiuria, che duole a ognuno piú che ragionevolmente non doverria dolere; però, dove gli altri termini sono pari, guardatevi da fare piacere a uno, che di necessitá faccia a uno altro dispiacere equale, perché per la ragione detta di sopra si perde in grosso piú che non si guadagna.


XLII

Piú fondamento potete fare in uno che abbia bisogno di voi, o che nel caso che corre abbia lo interesse commune, che in uno beneficato da voi, perché gli uomini communemente non sono grati; però se non volete ingannarvi, fate e calculi con questa misura.


XLIII

Ho posto e ricordi prossimi perché sappiate vivere e cognoscere quello che le cose pesano, non per farvi ritirare dal beneficare: perché oltre che è cosa generosa e che procede da bello animo, si vede pure che talvolta è remunerato qualche beneficio, e anche di sorte che ne paga molti; e è credibile che a quella potestá che è sopra gli uomini piaccino le azione nobile, e però non consenta che sempre siano sanza frutto.


XLIV

Ingegnatevi avere degli amici, perché sono buoni in tempi, luoghi e casi che tu non penseresti; questo Ricordo è vulgato, ma non può considerare profondamente quanto vaglia colui a chi non è accaduto in qualche sua importanza sentirne la esperienzia.


XLV

Piace universalmente chi è di natura vera e libera, ed è cosa generosa, ma talvolta nuoce; da altro canto la simulazione è utile, e anche spesso necessaria per le male nature degli altri, ma è odiata, e ha del brutto; donde non so quale sia da eleggere. Crederrei che si potessi usare l'una ordinariamente, non abbandonando però l'altra; cioè nel caso tuo ordinario e commune di vivere, usare la prima in modo che acquisti el nome di persona libera; e nondimanco in certi casi importanti e rari usare la simulazione, la quale a chi vive cosí è tanto piú utile e succede meglio, quanto per avere nome del contrario ti è piú facilmente creduto.


XLVI

Per la ragione di sopra non laudo chi vive sempre con simulazione e con arte, ma escuso chi qualche volta la usa.


XLVII

Sia certo che se tu desideri che non si sappia che tu abbia fatto o tentato qualche cosa, che, ancora che sia quasi scoperto e publico, è sempre in proposito el negarla; perché la negazione efficace, quando bene non persuada a chi ha indizii o creda el contrario, gli mette almanco el cervello a partito.


XLVIII

È incredibile quanto giovi a chi ha amministrazione che le cose sua siano secrete; perché non solo e disegni tuoi quando si sanno possono essere prevenuti o interrotti, ma etiam lo ignorarsi e tuoi pensieri fa che gli uomini stanno sempre attoniti e sospesi a osservare le tue azione, e in su ogni tuo minimo moto si fanno mille commenti; il che ti fa grandissima riputazione. Però chi è in tale grado doverrebbe avvezzare sé e suoi ministri non solo a tacere le cose che è male che si sappino, ma ancora tutte quelle che non è utile che si publichino.


XLIX

Conviene a ognuno el Ricordo di non comunicare e secreti suoi se non per necessitá, perché si fanno schiavi di coloro a chi gli comunicano, oltre a tutti gli altri mali che el sapersi può portare; e se pure la necessitá vi strigne a dirgli, metteteli in altri per manco tempo potete, perché nel tempo assai nascono mille pensamenti cattivi.


L

Lo sfogarsi qualche volta de' piaceri o dispiaceri suoi è cosa di grande conforto, ma è nociva; però è saviezza lo astenersene, se bene è molto difficile.


LI

Osservai quando ero imbasciadore in Spagna apresso al re don Ferrando d'Aragona, principe savio e glorioso, che lui quando voleva fare una impresa nuova, o altra cosa di importanza, non prima la publicava e poi la giustificava, ma si governava pel contrario; procurando artificiosamente in modo che innanzi che si intendessi quello lui aveva in animo, si divulgava che el re per le tali ragione doverrebbe fare questo; e però publicandosi poi, lui volere fare quello che giá prima pareva a ognuno giusto e necessario, è incredibile con quanto favore e con quanta laude fussino ricevute le sue deliberazione.


LII

Ancora quelli che attribuendo el tutto alla prudenzia e virtú si ingegnano escludere la fortuna non possono negare che almanco sia grandissimo beneficio di fortuna che al tempo tuo corrino occasione che abbino a essere in prezzo quelle parte o virtú in che tu vali; e si vede per esperienzia che le medesime virtú sono stimate piú o manco a uno tempo che all'altro, e le medesime cose fatte da uno in uno tempo saranno grate, fatte a un altro tempo saranno ingrate.


LIII

Non voglio giá ritirare coloro che infiammati dallo amore della patria si metteriano in pericolo per ridurcela in libertá; ma dico bene che chi nella cittá nostra cerca mutazione di Stato per interesse suo non è savio, perché è cosa pericolosa; e si vede con effetto che pochissimi trattati sono quelli che riescono. E di poi quando bene è successo, si vede quasi sempre che tu non conseguisci nella mutazione di gran lunga a quello che tu hai disegnato; e inoltre ti oblighi a uno perpetuo travaglio, perché sempre hai da dubitare che non tornino quelli che tu hai cacciati, e che ti ruinino.


LIV

Non vi affaticate nelle mutazione che non partoriscono altro che mutare e visi degli uomini; perché, che beneficio ti reca se quello medesimo male o dispetto che ti faceva Piero, ti fará Martino? verbigrazia, che piacere puoi tu avere di vedere andarsene messer Goro, se in luogo suo entrerrá un altro di simile sorte?


LV

Chi pure vuole attendere a trattati, si ricordi che niente gli rovina piú che el desiderio di volergli conducere troppo sicuri; perché per questo si interpone piú tempo, implicansi piú uomini, e mescolansi piú cose, che è causa di fare scoprire simili pratiche. A anche è da credere che la fortuna, sotto dominio di chi sono queste cose, si sdegni con chi vuole tanto liberarsi dalla potestá sua e assicurarsi: però conchiudo che è piú sicuro volergli eseguire con qualche pericolo che con molta sicurtá.


LVI

Non disegnate in su quello che non avete, né spendete in su' guadagni futuri, perché molte volte non succedono. Vedesi che e mercatanti grossi falliscono el piú delle volte per questo, quando per speranza di uno maggiore guadagno futuro, entrano in su' cambi, la multiplicazione de' quali è certa e ha tempo determinato; ma e guadagni molte volte o non vengono o si allungano piú che el disegno; in modo che quella impresa che avevi cominciata come utile, ti riesce dannosissima.


LVII

Non crediate a questi che predicano d'avere lasciato le faccende per amore della quiete, e di essere stracchi dalla ambizione; perché quasi sempre hanno nel cuore el contrario; e si sono ridotti a vita appartata o per sdegno o per necessitá o per pazzia. Lo esemplo se ne vede tutto dí; perché a questi tali subito si rappresenta qualche spiraglio di grandezza, abbandonata la tanto lodata quiete, vi si gettano con quello impeto che fa el fuoco a una cosa secca o unta.


LVIII

Se avete fallato, pensatela e misuratela bene innanzi che entriate in prigione; perché ancora che el caso fussi molto difficile a scoprire, è incredibile a quante cose pensa el giudice diligente e desideroso di ritrovarlo; e ogni minimo spiraglio è bastante a fare venire tutto in luce.


LIX

Io ho desiderato come gli altri uomini l'onore e l'utile, e insino a qui per grazia di Dio e buona sorte mi è succeduto sopra el disegno; ma non vi ho poi ritrovato drento alcuna di quelle cose e satisfazione che m'avevo immaginato; ragione che, chi bene la considerassi, doverria bastare a estinguere assai della sete degli uomini.


LX

La grandezza di Stato è desiderata universalmente, perché tutto el bene che è in lei apparisce di fuora, el male sta drento occulto; el quale chi vedessi non arebbe forse tanta voglia, perché è piena sanza dubio di pericoli, di sospetti, di mille travagli e fatiche; ma quello che per avventura la fa desiderabile anche agli animi purgati, è lo appetito che ognuno ha di essere superiore agli altri uomini, atteso massime che in nessuna altra cosa ci possiamo assimigliare a Dio.


LXI

Le cose non premeditate muovono sanza comparazione piú che le previste; però chiamo io animo grande e intèrrito quello che regge e non si sbigottisce per e pericoli e accidenti repentini; cosa che a giudicio mio è rarissima.


LXII

Quando si fa una cosa, se si potessi sapere quello che sarebbe seguito se non fussi fatta questa, o se si fussi fatto el contrario, molte cose sono biasimate e laudate dagli uomini che si cognoscerebbe meritano contraria sentenzia.


LXIII

Non è dubio che quanto l'uomo piú invecchia, piú cresce la avarizia; si dice communemente esserne causa perché lo animo diminuisce: ragione, che non mi è troppo capace; perché è bene ignorante quello vecchio che non cognosce che sempre con la etá si diminuisce el bisogno. E inoltre veggo che ne' vecchi si augumenta al continuo, cioè in molti, la lussuria, dico lo appetito, non le forze, la crudeltá e gli altri vizi; però credo che la ragione possi essere che l'uomo quanto piú vive tanto piú si abitua alle cose del mondo, e ex consequenti piú le ama.


LXIV

La medesima ragione fa che quanto piú l'uomo invecchia, tanto piú gli pare fatica di morire, e sempre piú vive con le azione e co' pensieri, come se fussi certo la vita sua avere a essere perpetua.


LXV

Si crede e anche spesso si vede per esperienzia, che le ricchezze male acquistate non passano la terza generazione. Santo Augustino dice, che Dio permette che chi l'ha acquistate le goda in remunerazione di qualche bene che ha fatto in vita; ma poi non passano troppo innanzi, perché è giudicio cosí ordinato da Dio alla roba male acquistata. Io dissi giá a mio padre, che a me occorreva una altra ragione; perché communemente chi guadagna la roba è allevato da povero, la ama, e sa la arte del conservarla; ma e figliuoli poi e' nipoti che sono allevati da ricchi né sanno che cosa sia guadagnare roba, non avendo arte o modo di conservarla, facilmente la dissipano.


LXVI

Non si può biasimare lo appetito di avere figliuoli, perché è naturale, ma dico bene che è spezie di felicitá el non ne avere; perché eziandio chi gli ha buoni e savi, ha sanza dubio molto piú dispiacere da loro che consolazione. Lo esemplo n'ho veduto io in mio padre, che a' dí suoi era esemplo in Firenze di padre bene dotato di figliuoli: però pensate come stia chi gli ha di mala sorte.


LXVII

Non biasimo interamente la giustizia civile del Turco, che è piú presto precipitosa che sommaria; perché chi giudica a occhi serrati espedisce verisimilmente la metá delle cause giustamente, e libera le parte della spesa e perdita di tempo; ma e nostri giudici procedono in modo, che spesso farebbe piú, per chi ha ragione, avere avuto el primo dí la sentenzia contro, che conseguirla doppo tanto dispendio e tanti travagli; sanza che, per la malignitá o ignoranzia de' giudici, e ancora la oscuritá delle legge, si fa anche a noi troppo spesso del bianco nero.


LXVIII

Erra chi crede che e casi rimessi dalla legge a arbitrio del giudice siano rimessi a sua voluntá, e a suo beneplacito, perché la legge non gli ha voluto dare potestá di farne grazia; ma non potendo in tutti e casi particulari per la diversitá delle circumstanzie dare precisa determinazione, si rimette per necessitá allo arbitrio del giudice, cioè alla sua sinderesi, alla sua coscienzia, che considerato tutto faccia quello che gli pare piú giusto. E questa larghezza della legge lo assolve d'averne a dare conto pe' palazzi; perché non avendo el caso determinato, si può sempre escusare; ma non gli dá giá facultá di dare dono della roba di altri.


LXIX

Si vede per esperienzia che e padroni tengono poco conto de' servidori, e per ogni suo interesse o appetito gli mettono da parte, o gli strascinano sanza rispetto; però sono savi e servidori che fanno el medesimo verso e padroni, conservando però sempre la fede sua e l'onore.


LXX

Credano e giovani che la esperienzia insegna molto, e piú ne' cervelli grandi che ne' piccoli; e chi lo considerassi, ne troverebbe facilmente la ragione.


LXXI

Non si può benché con naturale perfettissimo intendere bene, e aggiungere a certi particulari sanza la esperienzia che sola gli insegna; e questo Ricordo lo gusterá meglio chi ha maneggiato faccende assai, perché con la esperienzia medesima ha imparato quanto vaglia e sia buona la esperienzia.


LXXII

Piace sanza dubio piú uno principe che abbia del prodigo che uno che abbia dello stretto; e pure doverrebbe essere el contrario, perché el prodigo è necessitato fare estorsione e rapine, lo stretto non toglie a nessuno; piú sono quelli che patiscono dalle gravezze del prodigo, che quelli che hanno beneficio dalla sua larghezza. La ragione adunche a mio giudicio è che nelli uomini può piú la speranza che el timore, e piú sono quelli che sperano conseguire qualche cosa da lui, che quelli che temono di essere oppressi.


LXXIII

Lo intendersi bene co' fratelli e co' parenti ti fa infiniti beneficii che tu non cognosci, perché non appariscono a uno per uno, ma in infinite cose ti profitta e fàtti avere in rispetto; però debbi conservare questa opinione e questo amore etiam con qualche tua incommoditá. E in questo si ingannono spesso gli uomini; perché si muovono da quello poco danno che apparisce, e non considerano quanto siano grandi e beni che non si veggono.


LXXIV

Chi ha autoritá e superioritá in altri può spingersi et estenderla ancora sopra le forze sue, perché e sudditi non veggono e non misurano apunto quello che tu puoi o [non] puoi fare; anzi, immaginandosi spesso la potestá tua maggiore che la non è, cedono a quelle cose che tu non gli potresti costrignere.


LXXV

Io fui giá di opinione di non vedere, col pensare assai, piú di quello che io vedessi presto; ma con la esperienzia ho cognosciuto essere falsissimo; perché fatevi beffe di chi dice altrimenti. Quanto piú si pensano le cose, tanto piú si intendono e fanno meglio.


LXXVI

Quando ti viene la occasione di cosa tu desideri, pigliala sanza perdere tempo; perché le cose del mondo si variano tanto spesso che non si può dire d'avere la cosa insino non l'hai in mano. E per la medesima ragione quando ti è proposto qualche cosa che ti dispiace, cerca differire el piú che puoi, perché a ogni ora si vede che el tempo porta accidenti che ti cavano di queste difficultá; e cosí s'ha intendere quello proverbio che si dice avere in bocca e savii: che si debbe godere el beneficio del tempo.


LXXVII

Sono alcuni uomini facili a sperare quello che desiderano, altri che mai lo credono insino non ne sono bene sicuri; è sanza dubio meglio sperare poco che molto, perché la troppa speranza ti fa mancare di diligenzia, e ti dá piú dispiacere quando la cosa non succede.


LXXVIII

Se vuoi cognoscere quali sono e pensieri de' tiranni, leggi Cornelio Tacito, dove fa menzione degli ultimi ragionamenti che ebbe Augusto con Tiberio.


LXXIX

El medesimo Cornelio Tacito, a chi bene lo considera, insegna per eccellenzia, come s'ha a governare chi vive sotto e tiranni.


LXXX

Quanto bene disse colui: Ducunt volentes fata, nolentes trahunt! Se ne vede ogni dí tante esperienzie, che a me non pare che mai cosa alcuna si dicessi meglio.


LXXXI

El tiranno fa estrema diligenzia di scoprire lo animo tuo, cioè se ti contenti del suo Stato, con considerare gli andamenti tuoi, con cercare di intenderlo da chi conversa teco, e col ragionare teco di varie cose, e proporre partiti, e dimandarti parere. Però se vuoi che non ti intenda, bisogna ti guardi con grandissima diligenzia da' mezzi che lui usa, cioè non usando termini che gli possono dare sospetto; guardando come tu parli etiam cogli intimi tuoi, e seco ragionando e intendendo di sorte che non ti possa cavare; il che ti riuscirá se arai sempre fisso nell'animo, che lui quanto può ti circunviene per scoprirti.


LXXXII

A chi ha condizione nella patria e sia sotto uno tiranno sanguinoso e bestiale, si possono dare poche regole che siano buone, eccetto el tôrsi lo esilio. Ma quando el tiranno, o per prudenzia, o per necessitá per le condizione del suo Stato, si governa con rispetto, uno uomo bene qualificato debbe cercare di essere tenuto dassai e animoso, ma di natura quieto, né cupido di alterare se non è sforzato; perché in tal caso el tiranno ti carezza e cerca di non ti dare causa di pensare a fare novitá, il che non farebbe se ti cognoscessi inquieto; perché allora pensando che a ogni modo tu non sia per stare fermo, è necessitato a pensare sempre la occasione di spegnerti.


LXXXIII

Nel caso di sopra è meglio non essere de' piú confidenti del tiranno, perché non solo ti carezza, ma in molte cose fa manco a sicurtá teco che con li suoi. Cosí tu godi la sua grandezza, e nella rovina sua diventi grande: ma non è buono questo Ricordo per chi non ha condizione grande nella sua patria.


LXXXIV

È differenzia da avere e sudditi disperati a avergli malcontenti, perché quegli non pensano mai a altro che a mutazione, e le cercano ancora con suo pericolo; questi, se bene desiderano cose nuove, non invitano le occasione, ma le aspettano.


LXXXV

Non si possono governare e sudditi bene sanza severitá, perché la malignitá degli uomini ricerca cosí; ma si vuole mescolare destrezza, e fare ogni dimostrazione perché si creda che la crudeltá non ti piaccia, ma che tu la usi per necessitá, e per salute publica.


LXXXVI

Si doverria attendere agli effetti, non alle dimostrazione e superficie; nondimanco è incredibile quanta grazia ti concilia apresso agli uomini le varie carezze e umanitá di parole; la ragione credo che sia, perché a ognuno pare meritare piú che non vale, e però si sdegna quanto vede che tu non tieni di lui quello conto che gli pare che si convenga.


LXXXVII

È cosa onorevole e da uomo, non promettere se non quanto vuoi attendere; ma communemente ognuno a chi tu nieghi, benché giustamente, resta male satisfatto perché gli uomini non si governano con la ragione. El contrario interviene a chi promette assai, perché intervengono spesso casi che fanno che non accade fare esperienzia di quello che tu hai promesso, e cosí hai satisfatto con niente; e se pure s'ha a venire allo atto, non mancano spesso scuse: e molti sono sí grossi, che si lasciano aggirare con le parole. Nondimanco è sí brutto mancare della parola sua, che propendere a ogni utilitá che si tragga del contrario; e però l'uomo si debbe ingegnare di intrattenersi quanto può con le risposte generale e piene di speranza, fuggendo quanto si può el promettere precisamente.


LXXXVIII

Guardatevi da tutto quello che vi può nuocere e non giovare; però né in assenzia né in presenzia di altri non dite mai sanza profitto o necessitá cose che gli dispiaccino; perché è pazzia farsi inimici sanza proposito; e ve lo ricordo, perché quasi ognuno erra in questa leggerezza.


LXXXIX

Chi entra ne' pericoli sanza considerare quello che importino si chiama bestiale; ma animoso è chi cognoscendo e pericoli vi entra francamente, o per necessitá o per onorevole cagione.


XC

Credono molti che uno savio, perché vede tutti e pericoli, non possa essere animoso; io sono di opinione contraria, che non possa essere savio chi è timido, perché giá manca di giudicio chi stima el pericolo piú che non si debbe. Ma, per dichiarare bene questo passo che è confuso, dico, che non tutti e pericoli hanno effetto; perché alcuni ne schifa l'uomo con la diligenzia, industria o franchezza sua; altri, gli porta via el caso, e mille accidenti che nascono. Però chi cognosce e pericoli non gli debbe presupporre tutti certi; ma discorrendo con prudenzia quello in che lui può sperare di aiutarsi, e dove el caso verisimilmente gli può fare favore, farsi animo, né si ritirare dalle imprese virili e onorevole per paura di tutti e pericoli che cognosce aversi a correre.


XCI

Erra chi dice che le lettere guastano e cervelli degli uomini, perché è forse vero in chi l'ha debole; ma dove lo truovano buono, lo fanno perfetto; perché el buono naturale congiunto col buono accidentale fa nobilissima composizione.


XCII

Non furono trovati e principi per fare beneficio a loro, perché nessuno si sarebbe messo in servitú gratis; ma per interesse de' populi, perché fussino bene governati; però come uno principe [non] ha piú rispetto a' populi, non è piú principe, ma tiranno.


XCIII

È sanza comparazione piú detestabile la avarizia in uno principe che in uno privato, non solo perché avendo piú facultá da distribuire priva gli uomini di tanto piú, ma ancora perché quello che ha uno privato è tutto suo e per uso suo, e ne può disporre sanza querela giusta di alcuno; ma quanto ha el principe, gli è dato per uso e beneficio di altri, e però ritenendolo in sé frauda gli uomini di quello che debbe loro.


XCIV

Dico che el duca di Ferrara che fa mercantanzia non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno, faccendo quello che è officio de' privati e non suo; e pecca tanto verso e populi, quanto peccherebbono e popoli verso lui, intromettendosi in quello che è officio solum del principe.


XCV

Tutti gli Stati, chi bene considera la loro origine, sono violenti; né ci è potestá che sia legittima, dalle repubbliche in fuora, nella loro patria e non piú oltre; né anche quella dello imperatore, che è fondata in sulla autoritá de' Romani, che fu maggiore usurpazione che nessuna altra; né eccettuo da questa regola e preti, la violenzia de' quali è doppia, perché a tenerci sotto usano le arme temporali e le spirituali.


XCVI

Le cose del mondo sono sí varie e dependono da tanti accidenti, che difficilmente si può fare giudicio del futuro; e si vede per esperienzia che quasi sempre le conietture de' savi sono fallace: però non laudo el consiglio di coloro che lasciano la commoditá di uno bene presente, benché minore, per paura di uno male futuro, benché maggiore, se non è molto propinquo o molto certo; perché non succedendo poi spesso quello di che temevi, ti truovi per una paura vana avere lasciato quello che ti piaceva; e però è savio proverbio: di cosa nasce cosa.


XCVII

Ne' discorsi dello Stato ho veduto spesso errare chi fa giudicio; perché si esamina quello che ragionevolmente doverrebbe fare questo e quello principe, e non quello che fará secondo la natura e cervello suo; però chi vuole giudicare che fará, verbigratia, el re di Francia, debbe avere piú rispetto a quale sia la natura e costume di uno franzese, che a quello che doverrebbe fare uno prudente.


XCVIII

Io ho detto molte volte, e lo dico di nuovo, che uno ingegno capace e che sa fare capitale del tempo, non debbe lamentarsi che la vita sia breve: perché può attendere a infinite cose; e sapendo spendere utilmente el tempo, gli avanza tempo.


XCIX

Chi vuole travagliare non si lasci cavare di possessione delle faccende, perché dall'una nasce l'altra, sí per lo adito che dá la prima alla seconda, come per la riputazione che ti porta el trovarti in negocio; e però si può anche a questo adattare el proverbio: di cosa nasce cosa.


C

Non è facile el trovare questi Ricordi, ma è piú difficile a eseguirli; perché spesso l'uomo cognosce, ma non mette in atto; però volendo usargli, sforzate la natura e fatevi uno buono abito, col mezzo del quale non solo farete questo, ma vi verrá fatto sanza fatica quanto vi comanderá la ragione.


CI

Non si maraviglierá dell'animo servile de' nostri cittadini chi leggerá in Cornelio Tacito che e Romani, soliti a dominare el mondo e vivere in tanta gloria, servivano sí vilmente sotto li imperatori, che Tiberio uomo tirannico e superbo aveva nausea di tanta dapocaggine.


CII

Se avete mala satisfazione di uno, ingegnatevi quanto potete non se ne accorga, perché si aliena tutto da voi; e vengono spesso occasione che vi può servire e vi servirebbe, se col dimostrare d'averlo in male concetto non ve l'avessi giocato. E io con mia utilitá n'ho fatto esperienzia, che in qualche tempo ho avuto malo animo verso uno, che, non se ne accorgendo, m'ha poi in qualche occasione servito bene, e mi è stato buono amico.


CIII

Le cose che hanno a cadere, non per impeto ma per consumarsi, vanno piú a lungo che non si credeva da principio; e perché e moti sono piú lenti che non si crede, e perché gli uomini, quando si ostinano a patire, fanno e sopportano molto piú che non si sarebbe creduto; però veggiamo che una guerra s'abbia a finire per fame, per incomoditá, per mancamento di danari e modi simili, ha tratto piú lungo che non si credeva. Cosí la vita di uno tisico si prolunga sempre oltre alla opinione che n'hanno avuta e medici e gli astanti; e uno mercatante innanzi fallisca per essere consumato dagli interessi, si regge piú tempo che non era creduto.


CIV

Chi conversa con grandi non si lasci levare a cavallo dalle carezze e demostrazione superficiale, con le quali loro fanno communemente balzare gli uomini come vogliono e affoganli nel favore; e quanto è piú difficile a difendersene, tanto piú debbi strignerti, e col tenere el capo fermo non ti lasciare levare leggiermente.


CV

Non potete avere maggiore virtú che tenere conto dell'onore, perché chi fa questo non teme e pericoli, né fa mai cosa che sia brutta; però tenete fermo questo capo, e sará quasi impossibile che tutto non vi succeda bene: expertus loquor.


CVI

Fatevi beffe di questi che predicano la libertá: non dico di tutti, ma ne eccettuo bene pochi; perché se sperassino avere meglio in uno Stato stretto, vi correrebbono per le poste; perché in quasi tutti prepondera el rispetto dello interesse suo, e sono pochissimi quegli che cognoscono quanto vaglia la gloria e l'onore.


CVII

Mi è stato sempre difficile a credere che Dio abbia a permettere che e figliuoli del duca Lodovico abbino a godere lo Stato di Milano, non tanto perché lui lo usurpò sceleratamente, quanto che per fare questo fu causa della servitú e ruina di tutta Italia, e di tanti travagli seguiti in tutta la cristianitá.


CVIII

Dico, che uno buono cittadino e amatore della patria non solo debbe trattenersi col tiranno per sua sicurtá, perché è in pericolo quando è avuto a sospetto, ma ancora per beneficio della patria, perché governandosi cosí, gli viene occasione co' consigli e con le opere di favorire molti beni e disfavorire molti mali: e questi che gli biasimano sono pazzi, perché starebbe fresca la cittá e loro se el tiranno non avessi intorno altro che tristi!


CIX

Fa a proposito nostro che in Siena sia uno Stato savio, quando noi siamo in termini che non possiamo sperare di soggiogarla; perché uno savio si intratterrá sempre volentieri con noi, né mai ará caro che in Toscana venga guerra, lasciandosi piú governare dalla ragione che trasportare dallo odio naturale che ci hanno. Ma ora co' papi farebbe piú per noi che vi fussi uno Stato disordinato, perché piú facilmente ci salterebbe in bocca.


CX

Chi non sa che se el papa piglia Ferrara, sará sempre obietto de' futuri pontefici lo insignirorsi di Toscana? perché el regno di Napoli ha troppa difficultá essendo in mano di potenti.


CXI

In uno Stato populare è a proposito delle Case simile alla nostra, che le Case che si chiamano di famiglia si conservino; perché essendo esose al popolo, ne riceviamo favore da tutti; ma se quelle si annichilassino, lo odio che el popolo ha a loro lo volterebbe a' nostri pari.


CXII

Fu bellissimo consiglio quello di mio padre a Piero Soderini di rimettere e Medici da noi medesimi come privati cittadini; perché si levavano e fuoriusciti, che non può essere cosa peggiore a uno Stato, e a loro si toglieva la riputazione drento e di fuora. Drento, perché tornandovi e vedendosi equali alli altri, loro medesimi non v'arebbono abitato volentieri; fuora, perché e principi che si persuadevano che avessino drento grande parte, vedendogli tornare e non essere grandi, non ne terrebbono piú conto; ma questo consiglio non so se poteva riuscire buono, non avendo gonfaloniere piú vivo e piú animoso che Piero Soderini.


CXIII

La natura de' popoli è, come ancora è de' privati, volere sempre augumentare el grado in che si truovano, però è prudenzia negare loro le prime domande: perché, concedendole, non gli fermi; anzi, gli inciti a domandare piú e con maggiore instanzia che non facevano da principio; perché quanto piú se gli dá bere, piú se gli accresce la sete.


CXIV

Le cose passate fanno lume alle future, perché el mondo fu sempre di una medesima sorte; e tutto quello che è e sará, è stato in altro tempo, e le cose medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le ricognosce, ma solo chi è savio, e le osserva e considera diligentemente.


CXV

Sanza dubio ha migliore tempo nel mondo, piú lunga vita, e è in uno certo modo piú felice chi è di ingegno piú positivo, che questi intelletti elevati; perché lo ingegno nobile serve piú presto a travaglio e cruciato di chi l'ha; ma l'uno participa piú di animale bruto che di uomo, l'altro trascende el grado umano e si accosta alle nature celeste.


CXVI

Se osservate bene, troverete che di etá in etá si mutano non solo e vocabuli e e modi del vestire e e costumi; ma, quello che è piú, i gusti e le inclinazione degli animi: e questa diversitá si vede ancora in una etá medesima di paese in paese. Non dico de' costumi perché può procedere dalla diversitá delle instituzione, ma de' gusti, de' cibi e degli appetiti varii degli uomini.


CXVII

Le medesime imprese, che fatte fuora di tempo sono difficillime o impossibile, quando sono accompagnate dal tempo o dalle occasioni sono facillime: e a chi le tenta fuori del tempo suo, non solo non succedono, ma si porta pericolo che l'averle tentate non le guasti per a quello tempo che facilmente sarebbono riuscite: però sono tenuti e savii pazienti.


CXVIII

Ho osservato io ne' miei governi, che quanto mi è venuta innanzi una causa che per qualche rispetto ho avuto desiderio di accordarla, non ho parlato di accordo, ma col mettere varie dilazione e stracchezze ho causato che le parte medesime l'hanno cerche. Cosí quello che nel principio, se io l'avessi proposto, sarebbe stato ributtato, si è ridotto in termini, che quando è venuto el tempo suo, io sono stato pregato di esserne mediatore.


CIX

Non è gran cosa che uno governatore usando spesso asprezza e effetti di severitá si faccia temere, perché e sudditi facilmente hanno paura di chi può sforzare e rovinare, e viene facilmente alle esecuzione. Ma laudo io quelli governatori che con fare poche severitá e esecuzione sanno acquistare e conservare el nome del terribile.


CXX

Non dico che chi tiene gli Stati non sia sforzato a mettere qualche volta mano nel sangue, ma dico bene che non si debbe fare sanza grande necessitá, e che el piú delle volte se ne perde piú che non si guadagna: perché non solo si offende quelli che sono tocchi, ma si dispiace a molti altri; e se bene ti levi quello inimico e quello ostaculo, non però se ne spegne el seme, cum sit che in luogo di quello sottentrano degli altri, e spesso interviene, come si dice della idra, che per ognuno ne nasce sette.


CXXI

Ricordatevi di quello che altra volta ho detto, che questi Ricordi non s'hanno a osservare indistintamente; ma in qualche caso particulare che ha ragione diversa, non sono buoni; e quali siano questi casi non si può comprendere con regola alcuna, né si truova libro che lo insegni, ma è necessario che questo lume ti dia prima la natura e poi la esperienzia.


CXXII

Tengo per certo che in nessun grado o autoritá si ricerca piú prudenzia e qualitá eccellente che in uno capitano di uno esercito, perché sono infinite le cose a che ha a provedere e comandare, infiniti gli accidenti e casi varii che d'ora in ora se gli presentano, in modo che veramente bisogna che abbia piú che gli occhi d'Argo; né solo per la importanza sua, ma ancora per la prudenzia che gli bisogna, reputo io che a comparazione di questo ogni altro peso sia leggiere.


CXXIII

Chi disse uno populo, disse veramente uno pazzo; perché è uno mostro pieno di confusione e di errori, e le sue vane opinione sono tanto lontane dalla veritá, quanto è, secondo Ptolomeo, la Spagna dalla India.


CXXIV

Io ho sempre desiderato naturalmente la ruina dello Stato Ecclesiastico, e la fortuna ha voluto che sono stati dua pontefici tali, che sono stato sforzato desiderare e affaticarmi per la grandezza loro; se non fussi questo rispetto, amerei piú Martino Luther che me medesimo, perché spererei che la sua setta potessi ruinare o almanco tarpare le ale a questa scelerata tirannide de' preti.


CXXV

È differenzia da essere animoso, a non fuggire e pericoli per rispetto dell'onore. L'uno e l'altro cognosce e pericoli, ma quello si confida potersene difendere, e se non fussi questa confidenzia non gli aspetterebbe; questo può essere che gli tema piú che el debito, né sta saldo perchè non abbia paura, ma perché si risolve a volere piú presto el danno che la vergogna.


CXXVI

Suole communemente intervenire nella nostra cittá, che chi è de' principali a fare che uno acquisti lo Stato, gli diventa presto inimico. La causa si dice essere, perché essendo tali communemente persone di qualitá e di ingegno, e forse inquieti, chi ha lo Stato in mano gli piglia a sospetto. Un'altra se ne può aggiugnere: perché parendo loro avere meritato molto, vogliono spesso piú che non se gli conviene, e non l'avendo si sdegnano; da che di poi tra l'uno e l'altro nasce l'inimicizia e el sospetto.


CXXVII

Come colui che ha aiutato o è stato causa che uno salga in uno grado, lo vuole governare a suo modo, giá comincia a cancellare el beneficio che gli ha fatto, volendo usare lui la autoritá che ha operato che sia data a quell'altro; e lui ha giusta causa di non lo comportare, né per questo merita essere chiamato ingrato.


CXXVIII

Non si attribuisca a laude chi fa o non fa quelle cose, le quali se omettessi o facessi meriterebbe biasimo.


CXXIX

Dice el proverbio castigliano: el filo si rompe dal lato piú debole. Sempre quando si viene in concorrenzia o in comparazione di chi è piú potente o piú rispettato, succumbe el piú debole, non ostante che la ragione o l'onestá o la gratitudine volessi el contrario; perché communemente s'ha piú rispetto allo interesse suo che al debito.


CXXX

Non posso io, né so farmi bello, né darmi riputazione di quelle cose che in veritá non sono e tamen sarebbe piú utile fare el contrario; perché è incredibile quanto giova la riputazione e la opinione che hanno gli uomini che tu sia grande, perché con questo romore solo ti corrono drieto sanza che tu n'abbia a venire a cimento.


CXXXI

Sono solito a dire, che piú di ammirazione è che e Fiorentini abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e Viniziani o altro principe di Italia el suo grande; perché in ogni piccolo luogo di Toscana era radicata la libertá in modo, che tutti sono stati inimici a questa grandeza. Il che non accade a chi è situato tra popoli usi a servire, a' quali non importa tanto lo essere dominati piú da uno che da un altro, che gli faccino ostinata o perpetua resistenzia. Di poi la vicinitá della Chiesa è stata e è grandissimo ostaculo; la quale per avere le barbe tanto fondate quanto ha, ha impedito assai el corso del dominio nostro.


CXXXII

Concludono tutti essere migliore lo Stato di uno quando è buono, che di pochi o di molti etiam buoni; e le ragione sono manifeste. Cosí concludono, che quello di uno diventa di buono piú facilmente cattivo che gli altri, e quando è cattivo è peggiore di tutti, e tanto piú quanto va per successione: perché rare volte a uno padre buono o savio succede uno figliuolo simile. Però vorrei che questi politici m'avessino dichiarato, considerato tutte queste condizione e pericoli, che abbia a desiderare piú una cittá che nasce, o di essere ordinata nel governo di uno, o di molti, o di pochi.


CXXXIII

Nessuno cognosce peggio e servitori suoi che el padrone, e proporzionatamente el superiore e sudditi; perché non se gli apresentano innanzi tali quali si apresentano agli altri: anzi cercano coprirsi a lui, e parergli di altra sorte che in veritá non sono.


CXXXIV

Tu che stai in Corte o séguiti uno grande, e desideri essere adoperato da lui in faccende, ingegnati di stargli al continuo innanzi agli occhi, perché d'ora in ora nascono occasione che lui commette a chi vede o a chi gli è piú propinquo; che se t'avessi a cercare o espettare, non te le commetterebbe; e chi perde uno principio benché piccolo, perde spesso la introduzione e adito a cose grande.


CXXXV

Mi paiono pazzi questi frati che predicono la predestinazione e gli articuli difficili della fede; perché meglio è non dare causa a' populi di pensare alle cose di che difficilmente si fanno capaci, che destare loro nella mente dubitazione, per aversi a riducere a fargli acquietare con dire: cosí dice la fede nostra, cosí bisogna credere.


CXXXVI

Ancora che uno sia buono cittadino e non usurpatore, tamen intrinsicandosi in Firenze con uno Stato come è questo de' Medici, viene in mala opinione e in mala grazia apresso al popolo, la quale è da fuggire quanto si può, per tutti e casi che possono occorrere. Ma dico, che per questo non ti debbi ritirare e perdere e beni che ti darebbe questo intrinsicarsi; perché ogni volta che tu non acquisti nome di rapace, o che non offendi qualche particulare di importanza o molti, mutato che sia poi lo Stato e levatosi el popolo d'addosso quella causa che ti faceva esoso, gli altri carichi si purgano, e la mala grazia alla fine passa, né resti in quella ruina o depressione di che prima dubitavi. Pure sono cose che pesano, e anche qualche volta ingannano, né si può negare che almanco non si perda di quello fiore, che si conserva chi giuoca piú largo.


CXXXVII

Io ve lo dico di nuovo; e padroni fanno poco conto de' servitori, e per ogni suo interesse gli strascinerebbono sanza rispetto; però sono savi e servitori che fanno el medesimo verso e padroni, non faccendo però cosa che sia contro alla fede e all'onore.


CXXXVIII

Chi si cognosce avere buona fortuna, può tentare le imprese con maggiore animo; ma è da avvertire che la fortuna non solo può essere varia di tempo in tempo, ma ancora in uno tempo medesimo può essere varia nelle cose; perché chi osserva, vedrá qualche volta uno medesimo essere fortunato in una spezie di cose e in un'altra essere infortunato. E io in mio particulare ho avuto insino a questi dí 3 di febbraio 1523 in molte cose bonissima fortuna, ma non l'ho avuto simile nelle mercatanzie, né anche negli onori che ho cercati di avere; perché quegli che non ho cercati mi sono corsi da loro medesimi drieto; ma quelli che ho cercati, è paruto che si discostino.


CXXXIX

Non ha maggiore inimico l'uomo che sé medesimo; perché quasi tutti e mali, pericoli e travagli superflui che ha, non procedono da altro che dalla sua troppa cupiditá.


CXL

Le cose del mondo non stanno ferme, anzi hanno sempre progresso al cammino a che ragionevolmente per sua natura hanno a andare e finire, ma tardano piú che non è la opinione nostra; perché noi le misuriamo seconda la vita nostra che è breve, e non secondo el tempo loro che è lungo; e però sono e passi suoi piú tardi che non sono e nostri, e sí tardi per sua natura che, ancora che si muovino, non ci accorgiamo spesso de' suoi moti; e per questo sono spesso falsi e giudici che noi facciamo.


CXLI

Lo appetito della roba nascerebbe da animo basso o male composto, se non si desiderassi per altro che per poterla godere; ma essendo corrotto el vivere del mondo come è, chi desidera riputazione è necessitato a desiderare roba; perché con essa rilucono le virtú e sono in prezzo, le quali in uno povero sono poco stimate, e manco cognosciute.


CXLII

Non so se si debbono chiamare fortunati quelli a chi una volta si presenta una grande occasione; perché chi non è bene prudente, non la sa bene usare: ma sanza dubio sono fortunatissimi a chi una medesima grande occasione si presenta due volte, perché è bene dapoco chi la seconda volta non la sa usare; e cosí in questo caso secondo s'ha a avere tutta la obligazione con la fortuna, dove nel primo ha ancora parte la prudenzia.


CXLIII

La libertá delle republiche è ministra della iustizia, perché non è ordinata a altro fine, che per defensione che l'uno non sia oppresso dall'altro; però chi potessi essere sicuro che in uno Stato di uno o di pochi si osservassi la giustizia, non arebbe causa di desiderare molto la libertá. E questa è la ragione che gli antichi savii e filosofi non laudorono piú che gli altri e governi liberi; ma preposono quelli, ne' quali era meglio provisto alla conservazione delle legge e della giustizia.


CXLIV

Quando le nuove s'hanno da autore incerto e siano nuove verisimile o espettate, io gli presto poca fede, perché gli uomini facilmente fanno invenzione di quello che si aspetta o si crede. Piú orecchi vi presto, se sono estravaganti o inespettate; perché manco soccorre agli uomini el fare invenzione o persuadersi quello che non è in alcuna considerazione; e di questo ho veduto in molte volte esperienzia.


CXLV

Grande sorte è quella degli astrologi, che se bene la loro è una vanitá, o per difetto della arte o per difetto suo, piú fede gli dá una veritá che pronosticano che non gli toglie cento falsitá. E nondimeno negli altri uomini una bugia che sia reprovata a uno, fa che si sta sospeso a crederli tutte le altre veritá. Procede questo dal desiderio grande che hanno gli uomini di sapere el futuro; di che non avendo altro modo, credono facilmente a chi fa professione di saperlo loro dire, come lo infermo al medico che gli promette la salute.


CXLVI

Pregate Dio di non vi trovare dove si perde, perché ancora che sia sanza colpa vostra n'arete sempre carico; né si può andare su per tutte le piazze e banche a giustificarsi: cosí chi si truova dove si vince, riporta sempre laude etiam sanza suo merito.


CXLVII

È vantaggio, come ognuno sa, nelle cose private trovarsi in possessione, ancora che la ragione non si muta, e e modi de' giudicii e del conseguire el suo sono ordinarii e fermi: ma sanza comparazione è molto minore vantaggio nelle cose che dependono dagli accidenti degli Stati, o dalla voluntá di quelli che dominano; perché non s'avendo a combattere con ragione immutabile, o con giudicii stabili, nascono ogni dí mille casi, che facilmente si sublevano da chi può pretendere di levarti dal possesso.


CXLVIII

Chi desidera di essere amato da' superiori di sé, bisogna mostri d'avere loro rispetto e riverenzia, e in questo piú presto essere abondante che scarso; perché nessuna cosa offende piú lo animo di uno superiore, che el parergli che non gli sia avuto el rispetto o reverenzia che giudica convenirsegli.


CXLIX

Fu crudele el decreto de' Siracusani, di che fa menzione Livio, che insino alle donne nate de' tiranni fussino ammazzate, ma non però al tutto sanza ragione; perché mancato el tiranno, quelli che vivevano volentieri sotto lui, se potessino, ne farebbono un altro di cera, e non essendo cosí facile voltare la riputazione a uno uomo nuovo, si ritirano sotto ogni reliquia che resti di quello. Però una cittá che nuovamente esca della tirannide, non ha mai bene sicura la sua libertá, se non spegne tutta la razza e progenie de' tiranni. Dicolo in quanto a' maschi assolutamente, ma in quanto alle femmine distinguo secondo e casi, e secondo le qualitá loro e delle cittá.


CL

Ho detto di sopra che non si assicurano gli Stati per tagliare capi, perché piú presto multiplicano gli inimici, come si dice della idra; pure sono molti casi ne' quali cosí si legano gli Stati col sangue, come gli edifici con la calcina. Ma la distinzione di questi contrari non si può dare per regola: bisogna gli distingua la prudenzia e discrezione di chi l'ha a fare.


CLI

Non è in potestá di ognuno eleggersi el grado e le faccende che l'uomo vuole, ma bisogna spesso fare quelle che ti apresenta la tua sorte e che sono conforme allo stato in che sei nato; però tutta la laude consiste nel fare bene e congruamente le sue. Come in una commedia non è manco laudato chi bene rapresenta la persona di uno servo che quelli a chi sono stati messi in dosso e panni del re; in effetto ognuno può nel grado suo farsi laude e onore.


CLII

Ognuno, e sia chi vuole, fa in questo mondo degli errori, da' quali nasce maggiore o minore danno, secondo li accidenti e casi che ne seguitano; ma buona sorte hanno quelli che si abbattono a errare in cose di minore importanza, o dalle quali ne seguita minore disordine.


CLIII

È gran felicitá potere vivere in modo che non si riceva, né si faccia ingiuria a altri; ma chi si riduce in grado che sia necessitato o gravare o patire, debbe pigliare el tratto a vantaggio; perché è cosí giusta difesa quella che si fa per non essere offeso, come quella che si fa doppo la offesa ricevuta. È vero che bisogna bene distinguere e casi, né per superflua paura darsi ad intendere di essere necessitato a prevenire; né per cupiditá o malignitá, dove in vero non hai sospetto, volere con allegare questo timore, giustificare la violenzia che tu fai.


CLIV

Piú difficultá ha ora la casa de' Medici con tutta la grandezza sua a conservare lo stato in Firenze, che non ebbono gli antichi suoi, privati cittadini, a acquistarlo. La ragione è che allora la cittá non aveva gustato la libertá e el vivere largo, anzi, era sempre in mano di pochi, e però chi reggeva lo Stato non aveva lo universale per inimico; perché a lui importava poco vedere lo Stato piú in mano di questi, che di quelli. Ma la memoria del vivere populare continuata dal 1494 al 1512 si è appiccata tanto nel popolo, che eccetto quelli pochi che in uno Stato stretto confidano di potere soprafare gli altri, el resto è inimico di chi è padrone dello Stato, parendogli sia stato tolto a sé medesimo.


CLV

Non disegni alcuno in Firenze potersi fare capo di Stato se non è della linea di Cosimo, la quale anche a mantenervisi ha bisogno de' papati. Nessuno altro, e sia chi vuole, ha tante barbe o tanto séguito che vi possa pensare, se giá non vi fussi portato da uno vivere populare, che ha bisogno di capi publici; come fu fatto a Piero Soderini: però chi aspira a questi gradi, e non sia della linea de' Medici, ami el vivere del populo.


CLVI

Le inclinazione e deliberazione de' populi sono tanto fallace, e menate piú spesso dal caso che dalla ragione, che chi regola el traino del vivere suo non in altro che in sulla speranza d'avere a essere grande col popolo, ha poco giudicio; perché a opporsi è piú ventura che senno.


CLVII

Chi non ha in Firenze qualitá da farsi capo di Stato, è pazzo a ingolfarsi tanto in uno Stato, che corra tutta la fortuna sua con la fortuna di quello; perché è sanza comparazione maggiore la perdita che el guadagno. Né si metta alcuno a pericolo di diventare fuoruscito, perché non essendo noi capi di parte come sono gli Adorni e Fregosi di Genova, nessuno ci si fa incontro per intrattenerci; in modo che restiamo fuora sanza riputazione e sanza roba, e ci bisogna mendicare la vita. Esempio abundante è a chi se ne ricorda Bernardo Rucellai; e la medesima ragione ci debbe consigliare a temporeggiarci, e intrattenersi in modo con chi è capo di Stato, che non abbia causa di averci per inimici o sospetti.



CLVIII

Io sarei pronto a cercare le mutazione degli Stati che non mi piacessino, se potessi sperare mutargli da me solo; ma quando mi ricordo che bisogna fare compagnia con altri, e el piú delle volte con pazzi e con maligni, e quali né sanno tacere, né sanno fare, non è cosa che io aborrisca piú che el pensare a questo.


CLIX

Dua papi sono di natura diversissima, Julio e Clemente: l'uno di animo grande, e forse vasto, impaziente, precipitoso, aperto, e libero; l'altro, di mediocre animo, e forse timido, pazientissimo, moderato, simulatore. E pure gli uomini da nature tanto contrarie si aspettano gli effetti medesimi di grande azione. La ragione è, che ne' gran maestri è atta a partorire cose grande e la pazienzia e lo impeto; perché l'uno opera con lo urtare gli uomini e sforzare le cose; l'altro con lo stracciarli, e vincerle col tempo e con le occasione. Però in quello che nuoce l'uno, giova l'altro, e e converso; e chi potessi congiugnerli e usare ciascuno al tempo suo, sarebbe divino; ma perché questo è quasi impossibile, credo che, omnibus computatis, sia per conducere maggiore cose la pazienzia e moderazione che lo impeto e la precipitazione.


CLX

Se bene gli uomini deliberano con buono consiglio, gli effetti però sono spesso contrarii; tanto è incerto el futuro. Nondimanco non è da darsi come bestia in preda della fortuna, ma come uomo andare con la ragione; e chi è bene savio ha da contentarsi piú di essersi mosso con buono consiglio, ancora che lo effetto sia stato malo, che se in uno consiglio cattivo avessi avuto lo effetto buono.


CLXI

Chi vuole vivere a Firenze con favore del popolo, bisogna che fugga el nome di ambizioso, e tutte le dimostrazione di volere parere, etiam nelle cose minime e nel vivere quotidiano, maggiore o piú pomposo o delicato che gli altri; perché a una cittá, che è fondata tutta in sulla equalitá ed è piena di invidia, bisogna per forza che sia esoso ognuno che viene in opinione di non volere essere equale agli altri, o che si spicca dal modo del vivere commune.


CLXII

Nelle cose della economica el verbo principale è resecare tutte le spese superflue; ma quello in che mi pare consista la industria è el fare le medesime spese con piú vantaggio che non fanno gli altri; e, come si dice vulgarmente, spendere el quattrino per cinque danari.


CLXIII

Tenete a mente, che chi guadagna, se bene può spendere qualcosa piú che chi non guadagna, pure è pazzia spendere largamente in sul fondamento de' guadagni, se prima non hai fatto buono capitale; perché la occasione del guadagnare non dura sempre. E se mentre che la dura non ti sei acconcio, passata che la è ti truovi povero come prima, e di piú hai perduto el tempo e l'onore; perché alla fine è tenuto di poco cervello chi ha avuto la occasione bella e non l'ha saputa bene usare; e questo Ricordo tenetelo bene a mente, perché ho visto a' miei dí infiniti errarci.


CLXIV

Diceva mio padre, che piú onore ti fa uno ducato che tu hai in borsa, che dieci che n'hai spesi; parola molto da notare, non per diventare sordido, né per mancare nelle cose onorevole e ragionevole, ma perché ti sia freno a fuggire le spese superflue.


CLXV

Rarissimi sono gli instrumenti che da principio si fabricano falsi; ma da poi secondo che gli uomini pensano la malizia, o che nel maneggiare le cose si accorgano di quello che arebbono bisogno, si cerca fare dire agli instrumenti quello che l'uomo vorrebbe che avessino detto; però quando sono fatti instrumenti di cose vostre che importano, abbiate per usanza di farvegli levare subito, e avergli in casa in forma autentica.


CLXVI

È grandissimo peso in Firenze avere figliuole femmine, perché con grandissima difficultá si collocano bene, e a non errare nel pigliarne partito, bisognerebbe misurare molto bene sé e la natura delle cose; el che diminuirebbe la difficultá, la quale spesso accresce el presummersi troppo di sé, o discorrere male la natura del caso. E io ho veduto molte volte padri savii recusare nel principio de' parentadi, che poi in ultimo hanno invano desiderati; né per questo anche debbe l'uomo avilirsi in modo che, come Francesco Vettori, si diano al primo che le dimanda. È cosa in effetto che oltre alla sorte ricerca prudenzia grande; e io cognosco piú quello che bisognerebbe, che non so come, quando verrò alla pratica, saprò governarla.


CLXVII

È certo che non si tiene conto de' servizi fatti a' populi e agli universali, come di quegli che si fanno in particulare, perché toccando al commune, nessuno si tiene servito in proprio; però chi si affatica per e populi e universitá, non speri che loro si affatichino per lui in uno suo pericolo o bisogno, o che per memoria del servizio lascino una sua commoditá. Nondimanco non sprezzate tanto el fare beneficio a' popoli, che quando vi si presenta la occasione di farlo la perdiate, perché se ne viene in buono nome e in buono concetto, che è frutto assai della fatica tua. Sanza che, pure in qualche caso ti giova quella memoria, e muove chi è beneficato, se non sí caldamente come e beneficii fatti in proprio, almanco dove non si sconciano; e sono tanti quelli a chi tocca questa leggiere impressione, che pure alcuna volta mettendo insieme la gratitudine che si sente di tutti, è notabile.


CLXVIII

Del fare una opera laudabile non si vede sempre el frutto, perché spesso chi non si satisfá del fare bene solo per sé stesso, lascia di farlo, parendogli perdere el tempo; ma questo in chi la intende cosí, è inganno non piccolo; perché el fare laudabilmente, se bene non ti portassi altro frutto evidente, sparge buono nome e buona opinione di te, la quale in molti tempi e casi ti reca utilitá incredibile.


CLXIX

Chi ha la cura di una terra che abbia a essere combattuta o assediata, debbe fare potissimo fondamento in tutti e remedii che allungano; e ancora che non abbia certa speranza, stimare assai ogni cosa che tolga tempo etiam piccolo allo inimico; perché spesso uno dí piú, una ora di piú, importa qualche accidente che la libera.


CLXX

Chi facessi in su qualche accidente giudicare a uno uomo savio gli effetti che nasceranno, e scrivessi el giudicio suo, troverebbe, tornandolo a vedere in progresso di tempo, sí poche cose verificate, come si truova a capo d'anno nel giudicio degli astrologi; perché le cose nel mondo sono troppo varie.


CLXXI

Nelle cose importante non può fare buono giudicio chi non sa bene tutti e particulari, perché spesso una circumstanzia, benché minima, varia tutto el caso: ma ho visto spesso giudicare bene uno che non ha notizia di altro che de' generali, e el medesimo giudicare peggio, intesi che ha e particulari; perché chi non ha el cervello molto perfetto, e molto netto dalle passione, intendendo molti particulari, facilmente si confonde o varia.


Aggiunta cominciata d'aprile nel 1528



CLXXII

Ne' discorsi del futuro è pericoloso risolversi in sul distinguere: e sará o questo caso o questo altro, e se fia questo, io farò cosí; se questo altro, farò cosí; perché spesso viene uno terzo o uno quarto caso che è fuora di quegli che tu t'hai presupposti, e resti ingannato perché manca el fondamento della tua resoluzione.



CLXXIII

A' mali che soprastanno, e massime nelle cose della guerra, non recusate o mancate di fare e rimedii, per parervi che non possono essere a tempo; perché per camminare spesso le cose piú tardi che non si credeva, e per natura sua e per varii impedimenti che hanno, sarebbe molte volte a tempo quello rimedio che tu hai pretermesso, per giudicare che non possa essere se non tardi; e io n'ho visto piú volte la esperienzia.


CLXXIV

Non mancate di fare le cose che vi diano riputazione, per desiderio di fare piacere e acquistare amici; perché a chi si mantiene o accresce la riputazione, corrono gli amici e le benivolenzie drieto; ma [chi] pretermette di fare quello che debbe, ne è stimato manco; e a chi manca la riputazione, mancano poi gli amici e la grazia.


CLXXV

Tanto piú si cade in quello estremo che tu fuggi, quanto piú per discostartene ti ritiri in verso l'altro estremo, non ti sapendo fermare in sul mezzo; però e governi populari, quanto piú per fuggire la tirannide si accostano alla licenzia, tanto piú vi caggiono drento; ma e nostri di Firenze non intendono questa grammatica.


CLXXVI

È nostra antica usanza quando vogliamo provedere a una legge o altra cosa che ci dispiace, medicarvi col fare o ordinare tutto el contrario; dove trovando poi altri difetti, perché tutti gli estremi sono viziosi, ci bisogna fare altre legge e altri ordini; e questo è una delle cause che tutto dí facciamo nuove legge, perché attendiamo piú a fuggire e mali che ci si presentano, che a trovare el rimedio verso di essi.



CLXXVII

Quanto è fallace el commune ragionare degli uomini che tutto il dí dicono: se fussi stata la tale cosa o se non fussi stata la tale, sarebbe seguito o non sarebbe seguito el tale effetto; perché se si potessi sapere el vero, el piú delle volte gli effetti sarebbono seguiti e medesimi, ancora che quelle cose, che si presuppone che gli arebbono potuti variare, fussino state di altra sorte.



CLXXVIII

Quando e maligni e gli ignoranti governano, non è maraviglia che la virtú e la bontá non sia in prezzo; perché e primi l'hanno in odio, e secondi non la cognoscono.



CLXXIX

Assai è buono cittadino chi è zelante del bene della patria, e alieno da tutte le cose che pregiudicano al terzo; pure che non sia disprezzatore della religione e de' buoni costumi. Questa bontá superflua de' nostri di San Marco, o è spesso ipocrisia, o, quando pure non sia simulata, non è giá troppa a uno cristiano, ma non giova niente al buono essere della cittá.



CLXXX

Errarono e Medici a volere governare lo stato loro in molte cose secondo gli ordini della libertá; verbigrazia, nel fare gli squittinii larghi, in dare parte a ognuno, e simili cose; perché non si potendo piú tenere uno Stato stretto in Firenze se non col favore caldo di pochi, questi modi non feciono loro lo universale amico, né e pochi partigiani. Errerá la libertá a volere governarsi in molte cose secondo gli ordini di uno Stato stretto, massime in escludere una parte della cittá, perché la libertá non si può mantenere, se non con la satisfazione universale; perché uno governo populare non può imitare in ogni cosa uno Stato stretto, ed è pazzia imitarlo in quelle che lo fanno odioso e non in quelle che lo fanno gagliardo.



CLXXXI

O ingenia magis acria quam matura, disse el Petrarca, e veramente, degli ingegni fiorentini; perché è loro naturale proprietá avere piú el vivo e lo acuto, che el maturo e el grave.



EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Francesco Guicciardini - Storie fiorentine - Ricordi", La nostra biblioteca classica 72, EDIPEM, Novara, 1974








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